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Internet di tutti noi: il Wireless Mesh

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Nonostante intorno all’argomento banda larga ci sia un gran fermento di iniziative statali fatte di Agende Digitali, piani per l’innovazione e futili promesse, la realtà è che, nonostante la fittizia apertura del mercato, tutti gli impianti sono di proprietà e gestione di un ex monopolista che continua di fatto a svolgere questo ruolo, ovvero chiunque sia il vostro fornitore di connettività, questa vi arriverà attraverso un cavo di proprietà di questa azienda allacciato ad un impianto di centrale sempre di loro proprietà e dato in affitto al vostro gestore.

Eccezion fatta per gli stabili di nuova costruzione, tutti i cavi hanno una età media di 50 anni e molti degli impianti che li gestiscono sono obsoleti e fatiscenti, questo per quanto riguarda le città mentre nei piccoli centri la situazione è ancora peggiore in quanto l’ex monopolista non ha nessuna intenzione di ammodernare impianti e portare linee che è poi costretto a cedere a concorrenti a prezzi imposti dall’Authority delle telecomunicazioni.

Anche le fantomatiche connessioni in Fibra ottica promesse da alcuni gestori, potranno nella migliore delle ipotesi raggiungervi sempre e solo attraverso i vecchi cavi telefonici presenti negli edifici e venire pertanto sfruttate solo parzialmente.

A questo si aggiungono poi i diffusi disservizi da parte dei gestori di cui una vastissima parte dell’utenza è costantemente vittima come dimostrato dalla mole delle lamentele pubbliche espresse sui vari social networks con particolare riguardo alla assistenza clienti che per tutti i gestori è precipitata a livelli scandalosi fino ai casi di chi ha trasferito i call center all’estero costringendo i propri clienti a dialogare con operatori che parlano un italiano stentato e capiscono poco o nulla delle problematiche esposte. Inutile dire che il responsabile dei disservizi è in genere chi gestisce gli impianti ovvero l’onnipresente ex (ma mica tanto..) monopolista.

Quali speranze ci sono, in presenza di un simile scenario, di poter fruire di un servizio di connessione degno di tale nome e per il quale in Italia si pagano somme maggiori alla media europea ricevendone in cambio prestazioni decisamente più scadenti?

La triste ed inevitabile risposta è nessuna speranza. A meno di non fare da soli costruendo una rete che non passa attraverso i cavi telefonici ma li sorvola.

Nelle aree rurali degli USA esistono da molti anni le reti Wireless Mesh (a maglia) che connettono case, scuole ed uffici pubblici spesso, ma non sempre, con accesso ad Internet. Per una comunità diffusa sul territorio è importante una connessione diretta, in special modo se le persone che ne fanno parte sono coinvolte in attività comuni. Le reti Mesh non hanno server centrali e sono di proprietà delle comunità locali, se non sono connesse ad Internet il loro uso è gratuito mentre se sono connesse la spesa della connettività è ripartita sui membri della comunità che acquistano all’ingrosso a condizioni molto più vantaggiose che per un singolo. Oggi per connettermi con il mio vicino devo passare attraverso un provider ed il mio vicino riceverà quanto gli ho inviato attraverso il suo provider e tutti e due sosteniamo un costo per svolgere questa attività. Con le reti Mesh ogni nodo è connesso agli altri ed oltre a garantire l’affidabilità della rete che non si interrompe in caso di malfunzionamento di un nodo, non vi è alcun costo per le comunicazioni e per i servizi nell’ambito della rete.

Le reti Wireless Mesh sono costituite da antenne con apparati Wi-Fi installate sui tetti degli edifici o in altri punti sopraelevati ed a portata visiva tra loro in quanto il Wi-Fi utilizza bande di alta frequenza radio che richiedono minore potenza di trasmissione ma che non sono in grado di scavalcare gli ostacoli e devono avere campo libero. Il vantaggio del Wi-Fi rispetto ad altri sistemi sta anche nelle ridotte emissioni elettromagnetiche.

In Italia siamo come al solito indietro sotto questo aspetto, anche a causa delle normative in materia, fino a poco tempo fa estremamente restrittive. Oggi possiamo annoverare nel nostro paese almeno tre Wireless Community Network che hanno scopi e modalità operative diverse tra loro anche se presentano le stesse o molto simili caratteristiche tecniche ed infrastrutturali.

Ninux.org

Pioneri del settore sono i partecipanti alla rete Ninux, nata a Roma dalla passione e dall’impegno di un gruppo di visionari che portano avanti un progetto di rete aperta, decentralizzata e di proprietà del cittadino finalizzata alla condivisione, alla sperimentazione ed anche al divertimento. Ninux è formata da un gruppo di persone senza alcun vincolo associativo che similmente ad altre omologhe realtà europee si riconosce negli ideali di libertà di espressione paritaria tra individui senza vincoli commerciali, politici e tecnologici.

La rete Ninux, partita inizialmente da un piccolo gruppo nella zona sud di Roma si è oggi diffusa in tutta Italia e conta ad oggi 237 nodi attivi, 936 nodi potenziali ed uno sviluppo di link per 900 Km, la rete Ninux è registrata presso il RIPE (organismo mondiale di coordinamenteo delle reti) come Autonomus System al pari di Google, Facebook o Yahoo ed è afferente del NaMeX (Nautilus Mediterranean Internet Exchange) insieme a grandi ISP come Telecom, Italia, Fastweb, Infostrada. Nonostante questa espressione di elevate competenze e capacità tecnologiche, Ninux rimane ed intende rimanere in una dimensione non istituzionale e non commerciale e per non perdere le sue caratteristiche di libertà di sperimentazione, non-centralità e condivisione paritaria quale era la Internet delle origini.

Ninux utilizza risorse rigorosamente Open Source adattate ed ottimizzate alla architettura della rete e fornisce servizi di archiviazione files, telefonia VoIP, Gaming, Webmail e servizi generali di rete, molti dei quali fruibili solo all’interno della rete ed altri raggiungibili anche dall’esterno.

Ninux non fornisce accesso ad Internet se non su base volontaria attraverso la condivisione della connessione privata da parte di alcuni dei nodi della rete, la gestione e la manutenzione della rete sono effettuate sempre su base cooperativa e tutta la rete Ninux non ha alcun scopo di lucro né fornisce servizi a pagamento.

Gli apparati utilizzati per la realizzazione dei nodi sono in massima parte Ubiquity NanoStation M5 a 5Ghz con Firmware (Sistema Operativo) Ubiquity AirOS basato su OpenWRT e modificato da Ninux per integrare il protocollo di rete OSLR che si occupa di controllare e gestire il traffico all’interno della rete e delle altre altre reti, tra cui Internet, a cui Ninux è collegata.

Progetto NECO

Il Progetto NECO (NEtwork COmmunity) nasce nel 2008 a Vietri di Potenza (PZ) ad opera di un gruppo di sei persone stanche di essere escluse dall’accesso ad Internet a causa del Digital Divide che affligge molte realtà periferiche nel nostro paese, piccole comunità in territori disagiati che non giustificano investimenti da parte dei grandi operatori oppure sono servite da piccoli operatori che offrono servizi modesti a prezzi elevati.

Il Progetto NECO prevede una quota associativa annua (€. 90) alla rete per fruire dei servizi di connettività Internet ed Intranet e mira a non escludere nessuno dalla partecipazione in quanto è prevista anche l’offerta di connessione gratuita di base a chi si si trovi in condizioni economiche disagiate. Attualmente la rete NECO conta 30 nodi attivi e 2 nodi pianificati oltre ad una serie di HotSpot pubblici(circa 30) che offrono connessione gratuita per 1 ora al giorno e per l’intera giornata durante il mese di Agosto e nel periodo natalizio ad uso di turisti e residenti.

Progetto NECO si configura come una Community Network locale collegata ad Internet che offre servizi ai propri associati ed al territorio senza scopo di lucro ed intenti commerciali ma a fronte di un contributo associativo necessario al mantenimento della rete ed alla retribuzione dei fornitori quali l’ISP lucano attraverso il quale NECO si connette ad Internet. Il Progetto è finanziato esclusivamente dalle quote associative e gestito da un team di volontari.

Anche in Progetto NECO si utilizzano le stesse tecnologie Open Source utilizzate dalla rete Ninux ed i medesimi apparati hardware seguendo un know-how tecnologico ormai ampiamente consolidato nel settore delle Wireless Community Network. La rete offre ai suoi associati accesso ad Internet 24 ore, Gaming online, archiviazione e condivisione files (NAS), download Torrent Manager centralizzato e telefonia VoIP da cui è possibile chiamare gratis tutti i numeri fissi italiani ( a patto di non abusare del servizio).

NOInet

NOInet Nasce nell’estate del 2011 a Cerveteri (Roma) in forma di cooperativa sociale senza scopo di lucro e contestualmente inizia le attività di realizzazione dei primi nodi nell’area Cerveteri/Ladispoli sul litorale a nord di Roma. NOInet si configura come un vero e proprio Wireless Internet Service Provider (WISP) in possesso della relativa autorizzazione Ministeriale e fornisce servizi di connettività a banda larga ai soci della cooperativa oltre a servizi Intranet quali archiviazione files (NAS Cloud), telefonia VoIP e videosorveglianza.

La formula di adesione a NOInet prevede una quota associativa alla cooperativa (€. 200) rimborsabile in caso di recesso, ed un canone mensile estremamente contenuto di accesso ai servizi, ed è proprio nelle modalità di pagamento risiede l’unicità di NOInet che aderisce al progetto ŠCEC, la moneta alternativa promossa dall’Associazione Arcipelago ŠCEC che ha come scopo il mantenere la ricchezza in circolazione nell’ambito delle comunità locali, infatti per gli associati ad Arcipelago ŠCEC è possibile pagare una percentuale del 10% del canone di servizio di NOInet in ŠCEC anziché in Euro rendendo NOInet ancora più conveniente rispettto ad un ISP tradizionale.

Lo scopo di NOInet, come per gli altri gruppi, è la creazione di una rete aperta, decentralizzata e di proprietà dei cittadini senza la mediazione di un ISP commerciale come quelli attualmente operanti sul mercato che non hanno come fine l’erogazione di un servizio ma solo la crescente capitalizzazione conseguita anche a scapito della qualità dei servizi e dell’assistenza ai clienti.

Anche NOInet utilizza per la sua rete applicazioni Open Source ed apparati omologhi a quelli utilizzati dalla altre reti ed il suo obiettivo è la creazione di nuvole territoriali federate tra di loro per offrire l’accesso in mobilità ai propri associati ovunque si trovino sul territorio nazionale. L’acquisto di banda larga viene fatto presso grandi fornitori e può essere ripartito tra più punti di accesso situati in diverse aree geografiche per garantire comunque la qualità e la continuità del servizio anche in presenza di elevati carichi di traffico.

Tre progetti di reti simili e diversi tra loro, simili per la struttura e le tecnologie impiegate ma diversamente orientati. Dalla rete totalmente libera a quella a servizio esclusivo della comunità locale fino ad un modello di fornitore di servizio condiviso e solidale che vada oltre le logiche del profitto per ribadire che l’accesso alla conoscenza è un bene comune che dovrebbe essere sottratto alle logiche di mercato per entrare a far parte del patrimonio collettivo senza escludere nessuno per motivi geografici, economici o politici, una rete in cui tutti abbiano la stessa possibilità di esprimersi assumendosene la responsabilità senza preventive censure. In questo scenario i grandi fornitori di banda larga non avrebbero più rapporti con gli utenti finali ma si limiterebbero ad assicurare a condizioni ben diverse, la connettività alle varie reti indipendenti che avrebbero dalla loro i costi contenuti, la facilità di gestione e la democraticità dell’accesso inaugurando un modello distributivo totalmente orizzontale a paritario senza alcun monopolio che ostacoli la diffusione e la crescita.

Questo modello diffuso porterebbe benefici notevoli anche in termini di creazione di imprese e lavoro, crescita delle professionalità, diversificazione dell’offerta e dei contenuti, maggiore coesione delle comunità locali, valorizzazione dei territori e delle loro peculiarità oltre ad una maggiore possibilità di accesso al mercato tramite acquisti di gruppo.

Con la liberalizzazione delle frequenze radio in uso al Wi-Fi si sono aperte grandi possibilità che devono portare vantaggi a tutti senza posizioni dominanti che avvantaggino i soliti noti tagliando fuori i cittadini, è per questo motivo che tali opportunità vanno diffuse e sostenute attraverso la partecipazione e la condivisione per arrivare ad un modello di rete che sia fatta innanzitutto di persone reali ognuna delle quali possa portare il suo contributo fattivo ad una migliore comunicazione, ricordando infine che comunicare vuol dire “mettere in comune”..

di Francesco d’Elia

Pubblicazione originale su AgoraVox del 27 Gennaio 2014

Lettura consigliata:

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Scritto da newmediologo

gennaio 27th, 2014 at 10:37 am

A cosa serve l’auto elettrica

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Auto elettrica

A cosa serve l’auto elettrica

Dopo decenni di chiacchere, falsi allarmi e tentativi più o meno riusciti, nel 2012 l’auto elettrica è finalmente uscita dal mondo del forse per cominciare a circolare su strada anche se in verità ne girano ancora pochine, la maggior parte delle quali date in uso dalle aziende ad amministrazioni ed enti locali a scopo dimostrativo..

Se le auto elettriche in giro sono poche i contro alla loro diffusione sono invece molti: il prezzo ancora elevato senza che vi siano al momento incentivi (è in cantiere una legge apposita..) e la scarsa autonomia al termine della quale è necessaria una ricarica più o meno lunga effettuabile da apposite colonnine ancora poco diffuse sul territorio e funzionanti con modalità differenti a seconda di chi le gestisce ed infine la non corretta informazione sui benefici per l’ambiente che l’uso di questi veicoli potrebbe portare.

L’informazione si concentra unicamente sul paradosso che se l’energia necessaria alla ricarica delle auto elettriche viene prodotta da fonti fossili e non da fonti rinnovabili, l’uso delle auto elettriche non porterebbe ad una massiccia riduzione delle emissioni di CO2 dal momento che notoriamente le centrali elettriche tradizionali inquinano e per ricaricare le auto elettriche sarebbero costrette ad una maggior produzione di energia con conseguente aumento delle emissioni.

Se le auto venissero ricaricate di giorno mentre i proprietari sono al lavoro, molta dell’energia impiegata verrebbe da fonti rinnovabili come il fotovoltaico e di conseguenza non verrebbero prodotte emissioni di CO2 per la loro ricarica e questa argomentazione perderebbe forza.

Per questo motivo sarebbe necessario pensare ad una rete di ricarica alimentata ad energie rinnovabili e spingere la ricerca sulle auto per aumentare le loro possibilità di auto-ricarica magari dotandole di pannelli fotovoltaici sul tetto, cosa che al momento non sembra essere stata presa in considerazione da nessun costruttore ad eccezione di Toyota la cui Prius 3 ha un tetto ricoperto di pannelli fotovoltaici destinati però alla sola alimentazione del sistema di condizionamento.

Si potrebbero ipotizzare diversi sistemi di auto-ricarica della batterie, magari una piccola unità termica simile alla APU (Auxiliary Power Unit) presente sugli aerei, strada intrapresa dalla Opel Ampera che adotta allo scopo un motore 1.0 con funzione di generatore elettrico per la ricarica delle batterie.

L’argomento a vantaggio dell’auto elettrica che viene meno citato in assoluto è la sua economicità di esercizio e la cosa è davvero sorprendente.. Ma davvero è tanto poco importante il poter percorrere magari 100 Km con 40 centesimi di euro di ricarica invece che con 10 Euro di combustibile..?

Un automobilista che li percorre tutti i giorni vedrebbe crollare la sua spesa mensile per la mobilità in maniera molto più che drastica oltre naturalmente a dare il suo contributo alla riduzione di emissioni inquinanti che sono sicuramente molto superiori nell’uso di un motore benzina/diesel che non nei 2 Kwh necessari a ricaricare la vettura elettrica. I circa 250 euro risparmiati mensilmente dal nostro automobilista tipo  potranno essere impiegati in altri tipi di consumi con evidenti vantaggi per l’economia reale, di conseguenza l’uso delle auto elettriche tagliando dei costi fissi primari renderebbe disponibili delle risorse altrimenti impegnate per l’acquisto forzoso di carburante.

Tra i vantaggi che si potrebbero concedere alle auto elettriche ci sarebbe l’equiparazione a quelle dei servizi di Car Sharing, ovvero: parcheggio gratis, possibilità di accesso alle corsie preferenziali e alle aree ZTL, sembra poco ma sarebbe un buon aiuto per molte persone..

Una massiccia diffusione di auto elettriche porterebbe dei benefici indotti al sistema paese ed all’agonizzante mercato dell’auto che oggi si limita a proporre solo veicoli infarciti di costosi accessori ma dagli stessi contenuti tecnologici di sempre..

Letture consigliate: Auto Elettrica – di Giovanni De Michele – Testo tecnico sulla tecnologia delle auto elettriche – 2011

 

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Ti prendo e ti porto via.. Da questo paese orrendo.

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Ti prendo e ti porto via - di Niccolò Ammaniti

La scrittura di Niccolò Ammaniti non è solo fosca e truculenta, la raccapricciante constatazione è che l’Italia che ritrae è assolutamente vera.. Non avevo letto “Ti prendo e ti porto via”, l’ho ricevuto in regalo questo Natale e per qualche giorno l’ho parcheggiato sul comodino in attesa dello stato d’animo adatto alla lettura..

Nel retrobottega di una bassa Maremma di cui siamo abituati a vedere solo le bellezze guardando ad ovest, c’è Ischiano Scalo, un paese squallido dove il mare c’è ma non si vede, infestato da feroci zanzare, flagellato da inverni polari ed estati appiccicose, dove quando ci sei arrivato non sei arrivato da nessuna parte e, dopo che il tuo sguardo si è brevemente soffermato sulla umanità che lo popola, non vedi l’ora di scappare via..

Il dodicenne Pietro Moroni apprende dai quadri affissi a scuola la fatale notizia della sua bocciatura, è frastornato e schiacciato dall’enormità della cosa, viene sbeffeggiato dai maligni compagni di classe e persino dal laido bidello Italo, solo la sua compagna di classe Gloria Celani, di cui è segretamente innamorato, cerca di sostenerlo nella sventura..

Eppure Pietro è uno studente se non particolarmente brllante, non certo scadente.. Come si è arrivati a questo..?

La storia ricomincia in flashback a partire da sei mesi prima, Pietro Moroni è un ragazzo timido ed introverso con un padre pastore, alcolizzato e violento, una madre succube e perennemente imbottita di psicofarmaci ed un fratello maggiore, Mimmo, anche lui pastore che si atteggia a metallaro affascinato dal look borchiato pur detestando intimamente la musica heavy metal. Pietro Moroni ha due passioni, la biologia e Gloria Celani di cui è amico sin dall’infanzia..

Gloria è figlia di un direttore di banca, vive in una bella villa sulla collina, è viziata ma intellingente, ribelle e furastica fino al punto di fare a pugni coi ragazzi, una piccola stronza che sa di poterselo permettere.. Con Pietro, la cui madre era domestica a villa Celani, ha un rapporto speciale, i due ragazzi crescono insieme ma mentre Pietro è innamorato di Gloria, lei non sembra porsi il problema..

Graziano Biglia è uno che ha sbagliato tutto, un eterno adolescente che da Ischiano Scalo è partito per vagare senza una meta ben definita tra Riccione ed altri luoghi di movida eorotico-tossica, mietendo stuoli di conquiste femminili e tirando coca come un formichiere fino all’incontro con l’isterica cubista Erica Trettel, di cui crede di innamorarsi al punto di voler ritornare ad Ischiano Scalo per mettere su famiglia con annessa jeanseria country.

Flora Palmieri è una prof di italiano, insegna nella scuola media di Ischiano Scalo frequentata da Pietro e Gloria, ha 32 anni ed è una donna sola la cui vita è condizionata dalla presenza dell’anziana madre totalmente invalida oltre che dalle sue paure che le impediscono di rapportarsi con gli altri.. Flora è solitaria, il paese la tiene alla larga come un corpo estraneo tacciandola anche di essere una iettatrice ed anche a scuola le cose non sembrano andare meglio visto che Flora si è attirata l’immotivato odio di alcuni teppistelli della classe di Pietro.

Federico Pierini è il bullo della scuola, un quattordicenne ripetente, violento e somaro ma con una spiccata capacità di leadership che esercita su una piccola banda di accoliti che lo seguono in qualunque malefatta.. Federico cova un odio sordo verso la professoressa Palmieri che non manca di manifestare sia in classe che con veri atti di teppismo come il taglio delle gomme della Y10 di Flora..

Il microcosmo che Ammaniti dipinge è decisamente distopico ma riflette la nostra società dove i giusti soccombono mentre le carogne e i mediocri continuano imperterriti la loro strada.. Un libro da leggere senza aspettarsi un lieto fine che non c’è ma che fa riflettere su quanto poco sia rimasto di buono sia rimasto nella nostra società e su come accettiamo supinamente che il mondo vada alla rovescia..

Forse non rimane che essere portati via, anche a forza, da una palude vischiosa in cui non si riesce a fare un passo senza affondare mentre gli esseri abituati alla melma ci sguazzano bene.. E’ amaro vedere come il pessimismo feroce di Ammaniti sia talmente reale da avvolgerci tutti sotto un mantello grigio che ci nega la speranza..

Sta ad ognuno di noi trovare dentro di se qualcosa di positivo e magari averne anche un pezzettino in più da trasmettere agli altri..

Se volete leggerlo lo trovate su Amazon: “Ti prendo e ti porto via”

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Scritto da newmediologo

luglio 4th, 2012 at 10:53 am

Acqua Minerale un bene pubblico per fortune private

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Acqua Minerale

L’Italia è tra i paesi al mondo in cui si consuma più acqua minerale in assoluto, a seconda delle varie classifiche si aggira sempre nei primi tre posti e se la batte con Emirati Arabi Uniti e Messico.. Se è facile capire perché negli EAU o in Messico si consumi molta acqua minerale, questo non è altrettanto comprensibile per l’Italia dove le acque pubbliche sono abbondanti e, con poche eccezioni, di ottima qualità, l’Italia è poi il maggiore al mondo di acqua minerale e questo è uno degli aspetti che più lascia interdetti per le modalità con cui questo settore viene gestito.

In tempi recenti il concetto di “acqua pubblica=bene comune” è salito prepotentemente alla ribalta dell’opinione pubblica diventando un tema di grande attualità fino ad arrivare al referendum del 12 Giugno 2011 che ha stabilito il servizio idrico integrato è erogato nel pubblico interesse anche nel caso in cui venga dato in gestione a privati, si riafferma in sostanza che l’acqua ha natura di bene pubblico e e deve essere dato accesso universale al suo utilizzo senza che qualcuno possa lucrarci sopra.

Anche le acque minerali sono pubbliche in quanto le falde acquifere sono patrimonio pubblico ma queste, a differenza della comune acqua potabile possono essere date in concessione esclusiva a privati che hanno però l’obbligo di mantenere un accesso pubblico e gratuito come avviene nei pressi di tutti gli stabilimenti di produzione che hanno in genere all’esterno un’area in cui si può prelevare gratuitamente la stessa acqua minerale che viene poi imbottigliata.

Se bere o meno acqua minerale è una scelta individuale spesso condizionata dalla pubblicità martellante che attribuisce qualità quasi miracolose ad alcune acque in bottiglia unitamente a maggiore purezza, sicurezza e salubrità, quello che non si comprende sono i parametri con cui gli enti locali gestiscono l’aspetto finanziario delle concessioni.

Il mercato delle acque minerali è molto remunerativo per i produttori  ma non lo è affatto per gli enti locali che concedono i diritti di sfruttamento delle sorgenti a fronte di canoni irrisori che rendono poco o nulla rispetto agli enormi guadagni dei produttori. La Regione Veneto, ad esempio, richiede ai produttori per il triennio 2010-2012 un canone di soli Eur. 2,5 per 1000 litri di acqua imbottigliata che frutteranno al produttore una cifra variabile tra Eur. 500 e 700.. Il tutto sembra davvero un pessimo affare per la casse pubbliche.

Si è tanto strepitato a favore dell’acqua pubblica ma pochi hanno posto questo problema, tralasciando per brevità gli aspetti relativi al trasporto, all’impatto ambientale, allo smaltimento delle bottiglie e a tutto quanto ruota intorno al mercato dell’acqua minerale senza scordarci però che le concessioni per sfruttamento di una sorgente sono assegnate in via esclusiva ad un singolo produttore, ovvero non possono esserci due bottiglie con marchi diversi che contengano la stessa acqua.

In tempi di crisi la Pubblica Amministrazione non dovrebbe badare solo a tagliare le spese ma anche trarre il giusto guadagno dalle sue risorse, cosa che non avviene affatto nel caso delle acque minerali vista l’enorme sproporzione tra gli introiti dei concedenti e quelli dei concessionari, i canoni di concessione devono essere rivisti al rialzo per evitare di regalare una risorsa pubblica ad industriali che ne ricavano un profitto enorme con una doppia sottrazione alla comunità, prima con l’acquisizione della materia a prezzi ridicoli e poi rivendendo il prodotto finito a gente che potrebbe benissimo fare a meno..

Tutti o quasi possiamo bere l’acqua del rubinetto oppure possiamo andare a riempire le bottiglie nei pressi di uno stabilimento di produzione e riappropriarci in parte di una preziosa risorsa pubblica che natura ha generosamente messo a disposizione del nostro paese..

Lettura consigliata: Qualcuno vuole darcela a bere. Acqua Minerale, uno scandalo sommerso – di Giuseppe Altamore

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Scritto da newmediologo

luglio 2nd, 2012 at 12:51 pm

Rivoluzione Bio

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Agricoltura biologica

Alimentazione biologica, biodiversità, sostenibilità, filiera corta, Kilometri zero sono termini nuovi entrati a far parte del lessico quotidiano degli italiani quali trend topic del momento; ma quali cambiamenti stanno portando nella nostra vita..?

I modello di sviluppo che ci è stato imposto a partire dal dopoguerra ci ha portati a produrre di più ed a consumare di più per acquistare quanto veniva prodotto in grande quantità. Questo ha cambiato la maniera di produrre e le aziende del settore primario sono passate dalla dimensione familiare-locale a quella industriale-multinazionale per arrivare poi alla finanziarizzazione con una conseguente perdita di profitti per i produttori e continui aumenti dei prezzi per i consumatori fino ad arrivare ad un imminente crollo del sistema a causa della sua totale insostenibilità.

Oggi si cerca di tornare indietro per recuperare una dimensione più umana e più adatta alla nostra realtà sociale ed economica e più rispettosa del lavoro e del territorio.. Vedere interi campi di ortaggi maturi destinati a marcire al suolo perché la congiuntura economica ha reso non profittevole la raccolta, apre una ferita che va curata e definitivamente sanata con un radicale cambiamento di rotta.. Qualcuno lo sta già facendo..

Negli ultimi due anni sono sorte diverse aziende che distribuiscono prodotti biologici a domicilio con modalità innovative, ovvero non ordini quello che vuoi ma ti viene mandato con la formula dell’abbonamento quello che la campagna produce in quel momento. Le aziende di distribuzione stipulano accordi con produttori locali a Certificazione Biologica i quali non devono più sottostare ai capricci del mercato ma possono contare su una base di clientela abbonata che acquista regolarmente.

Le aziende si chiamano Zolle, BioBox, BioExpress per citarne solo alcune, operano in ambiti territoriali diversi e propongono prodotti coltivati localmente consegnati a cadenze fisse pensate per garantire il massimo della freschezza dei prodotti. Sono molto importanti le ricadute economiche sul mondo dei produttori che vedono cambiare radicalmente il loro rapporto col mercato come illustrato in questo video:

Conoscere e diffondere queste realtà può contribuire al cambiamento positivo, a riprenderci il controllo delle dinamiche sociali e vitali che sono state sottratte da un sistema che nutre solo se stesso senza tener conto delle esigenze reali della società. Il cambiamento comincia dalla maggiore attenzione a quello che ci è più vicino ed a nuove modalità di soddisfare i nostri bisogni senza seguire mode o tendenze ma assorbendo comportamenti virtuosi fino a farli diventare normalità..

Letture consigliate: Agricoltura Biologica

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SCEC, un aiuto contro la crisi

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Stiamo vivendo un momento di crisi in cui le risorse scarseggiano e a soffrirne è in particolare l’economia locale schiacciata dalla forza commerciale delle grandi catene di distribuzione che possono permettersi condizioni impensabili per i commercianti locali che non riescono a restare sul mercato e sono costretti sempre in numero maggiore ad abbassare le serrande in quanto hanno margini sempre più risicati per attirare la clientela, in aggiunta a questo, il denaro che andiamo a spendere nella grande distribuzione non rimane sul territorio ma prende altre strade e finisce spesso nelle casse di multinazionali estere che detengono molti dei marchi della GDO italiana.

Come fare per arginare questa tendenza ? A venirci in aiuto è lo SCEC (Solidarietà ChE Cammina), una moneta locale ideata a Napoli nel 2007 ed attualmente gestita dalla Associazione Arcipelago SCEC, lo SCEC si ottiene gratuitamente aprendo un proprio Conto SCEC sul sito della Associazione e può essere speso insieme all’Euro presso i commercianti, professionisti o artigiani che lo accettano.

Lo SCEC viene accettato in percentuali che variano dal 5% al 30% del prezzo pagato per un bene o servizio ed in sostanza un buono sconto che differisce però da quelli tradizionali, che sono destinati ad esaurire la loro funzione all’atto del pagamento, in quanto chi lo accetta può a sua volta spenderlo presso altri accettatori che a loro volta lo rimetteranno in circolo.

Non voglio soffermarmi sulle motivazioni etiche e filosofiche che sono ala base del progetto in quanto queste sono ampiamente esposte sul sito della Associazione Arcipelago SCEC unitamente ad una esauriente documentazione ma vorrei sottolineare alcuni aspetti di marketing che posono rendere molto conveniente l’accettazione dello SCEC da parte dei commercianti ed operatori economici.

SCEC - Moneta Locale

Lo SCEC fa aumentare le vendite perché il consumatore attento cercherà il commerciante che accetta lo SCEC nella propria zona e vi si recherà per acquistare, è anche possibile che in questo modo il commerciante acquisisca nuovi clienti che non aveva prima di accettare lo SCEC.

Accettando lo SCEC, il commerciante ha un notevole beneficio di immagine in quanto dimostra di voler essere parte di una comunità solidale e pronta all’aiuto reciproco in una congiuntura difficile.

Il commerciante ridurrà la sua base imponibile praticando sconti pari alla percentuale degli SCEC accettati ma potrà recuperare parte di questo valore spendendo a sua volta gli SCEC presso altri fornitori che li accettano, in questa maniera lo sconto praticato non sarà fine a se stesso ma contribuirà a produrre ricchezza.

Il commerciante beneficierà di una pubblicità gratuita con l’inserimento negli elenchi degli accettatori di SCEC e col passa parola degli utilizzatori di SCEC.

In alcune realtà come il IV Municipio di Roma e prossimamente nel Comune di Parma, la diffusione dello SCEC è supportata ufficialmente dagli enti locali e questo costituisce un ulteriore motivo per esserci.

Il vantaggio di far parte di in un circuito è dato dallla instaurazione di nuove relazioni e dal consolidamento di quelle esistenti nell’ambito del proprio territorio visto che si tenderà a spendere gli SCEC presso il commercio di prossimità migliorando il rapporto che si ha con le persone che ci sono più vicine e tutto a vantaggio di una migliore coesione sociale.

Chi decide di accettare gli SCEC si rende protagosta di un cambiamento che mette in circolo non solo denaro ma anche una nuova attenzione nei confronti degli altri.

Questo video spiega brevemente il funzionamento dello SCEC

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Scritto da newmediologo

giugno 30th, 2012 at 12:36 pm

iPad, la rivoluzione sottile

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Tanto tempo fa i romani usavano la “tabula”, una tavoletta ricoperta di cera su cui scrivere con lo stilo per poi cancellare a piacere facendo “tabula rasa” e cominciare da capo. La tabula ed il suo uso erano semplici, l’importante era avere idee e contenuti da imprimere nella cera, non erano richieste conoscenze da amanuensi per tramandare ai posteri il proprio scibile.

 

 

Da allora sino ad oggi molto è cambiato ma la sostanza è rimasta sempre quella: utilizzare mezzi diversi per esprimersi nella poliedrica gamma delle attività umane. La diffusione degli strumenti informatici a livello di massa ha dato un gran contributo rendendo attività prima riservate pochi, accessibili a tutti, o quasi… Si, quasi a tutti perché di mezzo c’era sempre l’informatica con tutte le conoscenze necessarie a potersene servire in scioltezza, computer, sistemi operativi, configurazioni, programmi, files, cartelle e tutto un mondo da digerire prima di potersi dedicare in santa pace alla scoperta di quello che l’universo digitale aveva da offrire.

Poi da chi ha sempre pervicacemente perseguito la missione di rendere semplice il futuro è arrivata una rivoluzione sottile nella veste di iPad, una tavoletta sapiente e multiforme che apre la galassia digitale anche a chi di informatica non riesce a sentir parlare senza provare un certo fastidio allo stomaco, Steve Jobs cambia il mondo in maniera copernicana mettendo, una volta di più, l’utente al centro di un sistema sempre più libero da bagagli ingombranti ormai obsoleti di cui era ora di fare davvero tabula rasa, non più con lo stilo (nella maggior parte dei casi.) ma solo con la punta delle dita.

La rivoluzione sottile è tanto potente da scatenare una corsa per l’adeguamento al suo standard da parte di editori, di servizi web, di giornali e di tutti quelli che hanno qualcosa da offrire e da comunicare, tutti a bordo della tavoletta perché il futuro è adesso e per esserci e comunicare non serve più parlare un linguaggio iniziatico, basta sfiorarsi con la punta delle dita.

Oggi già milioni di dita, più o meno pulite, sfiorano lo schermo della tavoletta per leggere, per giocare, per lavorare o per divertirsi, per gestire e gesticolare, per esplorare e navigare, tutto con una esperienza nuova che ha radici antiche, quando bastava raschiare la cera per ricominciare da capo.

Forse è vero che la tecnologia è un qualcosa che bisognerebbe imparare per poi dimenticare oppure lasciare agli altri.

Originariamente pubblicato su Tevac: http://www.tevac.com/ipad-la-rivoluzione-sottile

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Scritto da newmediologo

aprile 25th, 2011 at 1:51 pm

alberi da collezione per la biodiversità

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Biodiversità

La biodiversità è il patrimonio del pianeta, l'insieme delle diverse specie di piante, animali, habitat, ecosistemi, organismi semplici e complessi.. La sua ricchezza, la sua varietà e la sua tutela sono indispensabili alla qualità della vita sulla terra come alla qualità della vita in un ristretto ambito locale o di un determinato ecosistema..

La tutela della biodiversità è fondamentale sia per la produzione agricola che per la conservazione del patrimonio genetico delle varietà tradizionali e per la memoria storica e la salvaguardia del territorio, l'Italia poi è sempre stata un territorio ricco e vario di ecosistemi e delle specie vegetali più disparate, la vocazione agricola del territorio e le diverse culture rurali regionali e locali sono state nei secoli votate al mantenimento delle tradizioni e della biodiversità..

L'introduzione delle monocolture, l'introduzione di specie non autoctone, la globalizzazione hanno messo in pericolo la tradizione e l'identità stessa di intere comunità fino a quando non si è presa coscienza della necessità di invertire questa tendenza grazie all'opera di gruppi ed associazioni di appassionati che hanno compreso quale sia l'entità della ricchezza del nostro paese..

L'associazione Archeologia Arborea animata da Livio ed Isabella Dalla Ragione, si occupa da 25 anni del recupero e della conservazione di alberi da frutto con una ricerca svolta nei territori dell'Alta Valle del Tevere, antico crocevia tra diverse regioni.. L'obiettivo che l'associazione si era proposto era il concreto salvataggio delle specie a rischio di scomparsa, piante che avevano avuto in passato importanza nelle tradizioni agricole, alimentari e culturali del territorio..

Il risultato di questo impegno, portato avanti con passione è una ricca collezione di alberi da frutto ormai rari che ricostituiscono il patrimonio perduto della biodiversità e della tradizione contadina del centro Italia che sono stati inseriti nella azienda agricola dell'associazione a S.Lorenzo di Lerchi nei pressi di Città di Castello cuore verde dell'Umbria..

Le informazioni complete sulla storia e sulle attività dell'Associazione Archeologia Arborea si trovano sul loro sito e nel libro "Archeologia Arborea – Diario di due cercatori di piante" pubblicato da Ali&no Editrice nel 2006.

 

Sulla scorta di questa straordinaria ma solitaria esperienza ci si chiede come diffonderla e ripeterla nel nome della salvaguardia della biodiversità e della valorizzazione del territorio, moltiplicare frutteti di questo tipo sarebbe una splendida maniera di garantirci un futuro sostenibile attingendo al passato rinforzando la vocazione agricola italiana riportando alla luce e sulla tavola tutta una serie di gustosi prodotti sconosciuti ai più, una ulteriore opportunità di produzione e lavoro, di didattica e di azione concreta..

Come convertire i privati alla cultura della conservazione della biodiversità ed alla difesa del patrimonio agro-forestale al di la della passione..? Sarebbe auspicabile una seria politica di incentivi da parte di Amministrazioni Statali ed Enti Locali, specialmente da parte di questi ultimi in quanto direttamente coinvolti nella gestione del territorio insieme ai cittadini che intendono costruire realtà di questo tipo.. Sono in primis i Comuni che hanno tutto da guadagnare nel sostenere le azioni virtuose intraprese non solo dalle imprese agricole ma anche da privati ed associazioni nei confronti del proprio territorio e dovrebbero essere i Comuni ad incentivare tali attività salvo poi rientrare in progetti di più ampio respiro promossi da Province e Regioni..

Il nostro paese è fatto di piccoli Comuni, laboratori ideali di sviluppo sostenibile dove la prossimità delle istituzioni ai cittadini favorisce il dialogo e la progettualità positiva.. Adottare le piante, creare nei Comuni dei vivai da cui i cittadini possano attingere per far crescere e moltiplicare gli alberi sui propri terreni, condivisione, collaborazione e difesa del patrimonio comune quale valore aggiunto per i territorio tutto e non solo a vantaggio di pochi..

Una buona quota di biodiversità mentale può aiutarci a trovare nuovamente delle radici oggi che ne abbiamo davvero bisogno…

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Scritto da newmediologo

luglio 1st, 2010 at 10:15 am

italiani, popolo confuso alla ricerca di modelli

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Gli italiani, si sa, non riescono a stare senza un modello da seguire ed imitare nel bene o nel male, qualcuno da cui si sentono rappresentati e rassicurati, qualcuno che sia al di sopra delle vicende dei poveri mortali perennemente alla ricerca di una identità introvabile tra quelle che la nostra società ci permette di indossare..

L’Italia non sembra essere più un luogo unitario e definito, è sempre più spezzettata e meno tangibile, sempre più vaga e meno riconoscibile ed i suoi simboli sono diversi a seconda di chi li proponga o li interpreti, ma quando sono in campo undici azzurri o sfreccia una macchina rossa si ritrovano, come per incanto, una sola voce ed una sola appartenenza perché almeno certi miti sono patrimonio di tutti..

Ci si scopre poi appassionati di vela, di curling e di golf e quando da queste nicchie sconosciute arriva un sussulto di orgoglio nazionale, tutti si precipitano a farlo proprio mentre non esiste un vero modello sociale da seguire, non appare all’orizzonte nessuno capace di guidare gli italiani sulla strada di un comune senso sociale e civile che ponga fine all’individualismo, qualcuno che faccia comprendere che il bene individuale può essere pienamente raggiunto solo nell’ambito del bene comune e che il singolo trova la sua realizzazione solo quando è parte di una comunità sana.

Gli italiani sono tanto confusi che non possono davvero starci senza un modello e allora non trovano di meglio che sposarne di negativi e irraggiungibili e scimmiottarne abitudini ed atteggiamenti convinti che furbizia, prevaricazione ed arroganza siano gli unici valori possibili in questo mondo ed allora si segue ciecamente chi li incarna al meglio..

La televisione, la politica ed il gossip forniscono modelli negativi in abbondanza, gente che fa del disprezzo delle regole il suo modo di vita alimentando la convinzione che civiltà, rispetto, onestà e correttezza siano roba da sfigati e che denaro, successo, potere e sesso si raggiungano solo camminando sopra le teste degli altri e fregandosene delle convenzioni sociali seguite solo dai pavidi e dai fessi..

Poi entra in gioco la doppia morale ed al bar si parla di “loro” che fanno quello che vogliono che rubano quello che vogliono, che se ne fregano di tutto e li si odia salvo il desiderare non la la giustizia e l’equità sociale ma l’essere come “loro”, magari imbroccando il 6 o il 5+1 ed avere finalmente i mezzi per poter apparire come “loro” perché solo così si riesce ad essere qualcuno nei confronti degli altri miserrimi mortali..

Cosa succederebbe invece se le cose si invertissero, se come modello ci fosse uno di “noi” al posto di uno di “loro”.. ? Come sarebbe il nostro paese se gli italiani seguissero qualcuno che desse il buon esempio al punto di far diventare normale la virtù e che portasse avanti l’idea che si può star bene solo in una società sana e governata da principi comuni ampiamente condivisi..? In che tipo di società ci troveremmo se qualcuno di “loro” scendesse al livello in cui siamo “noi”, si spogliasse dei suoi privilegi e delle sue impunità e fosse solo un uguale tra gli uguali..?

Come cambierebbe nella gente la percezione del potere, della politica, della società e del bene comune..?

Voglio azzardare la speranza che in presenza di persone capaci di portare avanti una politica etica ed al servizio del paese e non degli interessi di pochi, gli italiani potrebbero invertire la percezione che hanno oggi dello Stato e che li porta inevitabilmente a diffidarne ed a rifiutare per partito preso tutto quello che da questo Stato viene imposto.. Se solo lo Stato si avvicinasse sul serio ai cittadini il cambiamento potrebbe essere radicale visto che gli italiani non sono cattivi ma solo incattiviti e se solo alcuni di “loro” potessero diventare un modello la gente li seguirebbe e tutto cambierebbe subito in meglio..

Ma se “loro” sono poi in fondo la proiezione di “noi” allora il cane si morde la coda e siamo per primi “noi” a dover cambiare per essere il modello di noi stessi e capaci di esprimere per primi quei valori che andiamo reclamando dalla società perché per trovare i responsabili “non c’è che da guardarsi allo specchio”..

Pensiamoci tutte le volte prima agire, pensiamoci prima di parlare e di lamentarci, cosa facciamo tutti noi affinché il mondo sia migliore..? Si comincia dalle cose più piccole, dall’osservanza delle regole di tutti i giorni, dal dare una senso al concetto di socialità e di comunità, dal mantenere un solo binario di moralità e non due, dall’essere cittadini insieme agli altri e non non a loro discapito..

Allora non si accetteranno più i modelli negativi..

Ricerca Demos sulla percezione di identità degli italiani

Italiani a metà: un popolo diviso – Ilvo Diamanti – Repubblica.it

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Scritto da newmediologo

maggio 28th, 2010 at 4:26 pm

extracomunitario a chi..?

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Se c’è una cosa che sopporto davvero poco è l’uso e l’abuso che si fa del termine “extracomunitario”..

Extra è colui che “è fuori”, “è in più”, “non fa parte di qualcosa”, un termine “ad escludendum” che vuole sottolineare l’estraneità di qualcuno ad una comunità in genere con una accezione gravemente negativa che si radica nell’immaginario delle persone quale sinonimo di “diverso”, qualcuno di cui dover diffidare se non aver paura..

Prima toccava ai rumeni che dopo l’entrata del loro paese nella UE sono promossi pur turandosi il naso a “comunitari” nonostante nella gente permangano gli stessi sentimenti mentre ad un ghanese, un senegalese o ad un indiano viene negata la loro origine e la loro identità chiamandoli semplicemente “extracomunitari” e accomunandoli nel calderone della diversità..

Quello che mi chiedo è: ma come mai un americano, un giapponese, un canadese, uno svizzero o un australiano restano sempre quelli che sono pur essendo formalmente “extracomunitari” e di sicuro nessuno si sogna di apostrofarli come tali..?

Ci sono le prostitute extracomunitarie, poi ci sono i transessuali brasiliani o sudamericani, ma non sono extracomunitari anche loro..?

Questa differenza marchia alcune persone e non altre, spesso la stampa si preoccupa di sottolineare la nazionalità delle persone coinvolte in episodi di cronaca anche se nel ruolo di vittime ed è molto curioso che in un paese privo di identità nazionale si cerchi sempre di additare come “corpo estraneo” chi viene da fuori..

Siamo naturalmente e culturalmente portati alla divisione a partire dai condomini, dai quartieri ai comuni alle regioni per finire al nord e al sud mentre avremmo tanto di bisogno di unione in un disegno comune che ci porti da qualche parte tutti insieme..

Magari anche includendo qualche americano, un paio di brasiliani ed uno svizzero..

Tanto loro mica sono “extracomunitari”

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Scritto da newmediologo

maggio 6th, 2010 at 8:27 am